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Tasso negativo

di Marco Bertorello da Il Manifesto del 2 aprile 2016

Questa settimana Janet Yellen frena nuovamente su una possibile stretta monetaria americana. La presidente della Fed torna a dire che «bisogna tener conto delle potenziali ricadute» delle difficoltà economiche globali. I quattro momenti in cui avrebbero dovuto essere alzati i tassi durante il 2016 potrebbero ridursi a due. Le nubi geo-economiche continuano a impensierire le principali istituzioni statunitensi. Se i tassi non aumentano negli Usa, aumentano nel resto del mondo i paesi dove diventano persino negativi. Attualmente vi sono sei banche centrali in questa condizione, dalla Bce alle banche centrali svizzera, danese, svedese, giapponese e ora anche ungherese. L’effetto dei vari Quantitative easing determina una parabola inusuale dei tassi d’interesse, facendoli raggiungere il segno meno. Tale processo ha innescato una strisciante guerra valutaria a cui neppure gli Stati Uniti possono guardare con sufficienza. Anzi il solo fatto di aver prefigurato un nuovo rinvio dell’innalzamento ha determinato un ribasso del dollaro. Negli Usa vi sono problemi di bassa produttività e modesti investimenti tali che un aumento dei tassi, e dunque del dollaro, finirebbe per penalizzare proprio il segmento più dinamico della produzione a stelle e strisce, quello dell’export. Ma la rincorsa al vantaggio competitivo sulle monete che produce risultati a somma zero non è l’unico effetto collaterale dei tassi negativi. Tali politiche costituiscono un ribaltamento dei consueti paradigmi, dunque prestare denaro, in questo caso, finisce per implicare un costo anziché generare un profitto. Non potevano non esserci degli aggiustamenti nella condotta dei vari attori finanziari e degli scompensi negli assetti più generali di quel mondo. Esistono studi, come quello della Banca dei regolamenti internazionali, che notano come l’introduzione dei tassi negativi per garantire la profittabilità delle banche non conduca a più bassi tassi per il credito a cittadini e imprese. Nel caso svizzero, ad esempio, il sistema bancario ha reagito a un abbassamento dei rendimenti in alcuni grandi investimenti con un aumento dei tassi sui mutui, proposti in larga parte alle fasce socialmente più deboli. A ciò vanno aggiunte delle considerazioni sugli effetti sui Fondi pensione. Questi sono stati assorbiti nei circuiti finanziari. In buona misura sono stati utilizzati per soccorrere quell’idrovora costituita dai mercati finanziari, fornendo un’ulteriore gigantesca mole di denaro per oliare i loro meccanismi di funzionamento. Con una specificità: che non era possibile coinvolgere quote crescenti di salario differito senza garantirne almeno parzialmente la resa. Il passaggio dalla previdenza pubblica a quella privata sarebbe stato favorito se i Fondi (dopo le prime esperienze fallimentari) avessero costituito portafogli differenziati e fondati su titoli considerati piuttosto sicuri e dal rendimento certo. Così i titoli di Stato finiscono per rappresentare circa il 70% dei titoli acquistati dai Fondi pensione. Essi hanno scadenze differenti, spesso lunghe, ma in questa fase il loro rendimento è piuttosto compresso. I titoli pubblici italiani a scadenza semestrale e annuale, nonostante l’Italia venga considerata un paese periferico dal debito non garantito, hanno una resa negativa. In Francia e Germania anche i titoli a scadenza quinquennale hanno il segno negativo, in Giappone quelli decennali e in Svizzera persino quelli a quindici anni. Nel futuro i Fondi pensione dove potranno investire per capitalizzare una pensione per la vecchiaia? Torneranno a realizzare investimenti rischiosi? Torneranno a essere coinvolti nei peggiori processi di finanziarizzazione dell’economia? Se si è aperta una fase a tassi negativi, per ora non se ne vedono molti lati positivi, ma si inizia a capire chi incomincerà a pagarne il conto.

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