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Dalle fabbriche occupate alla finanza pubblica. Come recuperare il nostro credito

rimaflow2di Chiara Filoni –

C’è il sole che illumina la fabbrica RiMaflow a Trezzano sul Naviglio mentre arriviamo al secondo appuntamento nazionale per una nuova finanza pubblica e sociale. E’ qualche minuto prima delle undici e gli attivisti e le attiviste, i lavoratori e le lavoratrici della fabbrica sono già pronti/e ad accogliere l’assemblea. La scelta della ex Maflow (che dopo tre anni di resistenza è stata chiusa e che adesso si sta riconvertendo in produzione ecologica) come luogo prediletto per ospitare la nostra seconda assemblea nazionale non è casuale: il progetto Nuova finanza pubblica e sociale infatti si sposa in maniera perfetta con la necessità di recupero del credito da parte dei lavoratori e delle lavoratrici, ovvero del recupero di una finanza dal basso indirizzata in primis a chi il lavoro lo fa, non a chi specula su di esso.

L’assemblea ha inizio. Siamo un centinaio in tutto.

Gli interventi introduttivi e il video autoprodotto dai/lle lavoratori/trici “Ri-Maflow” e dagli/lle attivisti/e di “Occupy Maflow” (qui il link http://www.rivoltaildebito.org/news/ri-maflow-una-risposta-il-lavoro-il-reddito-e-la-dignit%C3%A0) ci danno il giusto entusiasmo per lanciare l’assemblea. Oggi sono anche e soprattutto questi ultimi, di cui Rid è parte integrante, i protagonisti della giornata. Massimo, un lavoratore R-iMaflow, ci parla dei sacrifici che il progetto della loro cooperativa ha dovuto attraversare e sta attraversando per arrivare in porto, ma soprattutto ci tiene ad informarci che il loro è un progetto rivoluzionario fatto dai lavoratori e dalle lavoratrici per i lavoratori e le lavoratrici, poiché l’organizzazione del loro lavoro sarà basata sulla rotazione degli incarichi, su un salario identico per tutti/e e su un progetto che contribuisca a preservare l’ambiente che ci circonda.
Poi è la volta di Josè Abelli, dal coordinamento per le fabricas recuperadas, ospite dell’assemblea, che ci spiega come in Argentina ci sia stato il rifiuto delle logiche liberiste del Fondo Monetario internazionale e della Banca Mondiale, le quali a partire dagli anni ’90 non hanno fatto altro che far aumentare la disoccupazione e tagliare la spesa sociale. “Ci siamo organizzati perché tutto questo avesse fine” dice. “Abbiamo occupato le fabbriche e abbiamo resistito e quando la polizia è arrivata abbiamo continuato a resistere e occupare. Poi abbiamo cominciato a produrre. Resistere e produrre era il nostro slogan”.
Ed aggiunge: “Gli europei si stupiscono sempre di come sia possibile mandare avanti una fabbrica senza padroni”. E l’Argentina, così come altri paesi dell’America Latina, sono proprio l’esempio di come tutto ciò sia possibile. Basta volerlo.
Sull’onda dell’entusiasmo anche altri rappresentanti delle fabbriche dei territori vicini intervengono: come i lavoratori di Safosa di Gaggiano che stanno pensando ad un progetto “Ri-Safosa”, dal momento che il proprietario ha spostato la produzione in Cecoslovacchia, e ancora Fini compressori e la ex Mangiarotti (già Breda poi divenuta Ansaldo poi Camozzi). Certo una storia di manager che poi diventano ex, e poi ex di ex, come se questo non comportasse nessuna conseguenza in termini di costi sociali, di licenziamenti, casse integrazioni ecc.
Ma gli interventi vengono anche da più lontano, come quello dei lavoratori dell’Iribus della Valle Ufita in provincia di Avellino, abbandonata dalla Fiat, che vorrebbero recuperare vecchi autobus trasformandoli in ecologici.
Questi interventi si sono intrecciati con l’introduzione fatta da Rivolta il debito a nome di tutto il comitato promotore della campagna “per una nuova finanza pubblica e sociale”, che ha richiamato il percorso che dal Teatro valle occupato ci ha portato ad un altro luogo “recuperato” ad un uso sociale e collettivo per rimettere al centro il rifiuto dell’inganno del debito pubblico e aprire vertenze e conflitto sociale per riconquistare il “diritto al credito”. Una campagna i cui protagonisti devono essere le/i cittadine/i attive/i e consapevoli e lavoratrici e lavoratori (precari e non, disoccupate/i…), per costruire dal basso un nuovo welfare, un nuovo mutualismo, progetti di autogestione e imporre una politica diversa a enti locali oggi chiusi nella morsa della “mancanza di soldi”.
È la lezione del forum per l’acqua pubblica, dei referendum vinti che hanno fatto capire a tutto il paese che la democrazia diretta è possibile e necessaria, e che la “buona politica” comincia da queste reti dal basso.
Il pomeriggio ha visto la platea dividersi in due: da una parte il workshop sulle forme di credito alternativo, per discutere meglio delle forme di riappropriazione del credito e di autogestione nelle fabbriche; dall’altra quello del coordinamento dei gruppi di audit locali, iniziato il 2 febbraio alla prima assemblea nazionale di Nuova Finanza Pubblica, che aveva già visto una buona partecipazione di gruppi di audit cittadini pre-esistenti e che è stato di impulso per la formazione di nuovi.

L’audit cittadino fa un percorso inverso, ma complementare, rispetto a quello delle fabbriche recuperate, perché va indagare quel credito pubblico che non è stato speso in nome dell’interesse generale e ne individua cause e conseguenze. Complementare perché, una volta individuati i responsabili del debito cosiddetto illegittimo, il nostro lavoro non è certamente finito. Bisogna infatti individuare forme di “credito virtuoso”, ovverosia cercare di ribaltare l’ago della bilancia per far sì che la storia non si ripeta e che i cittadini e le cittadine si riapproprino di ciò che loro spetta loro, il credito, proprio come i protagonisti e le protagoniste di queste fabbriche fanno. Quindi un credito non solo finanziario, ma anche morale questo.
Vi aspettiamo numerosi e numerose a Firenze il 13 aprile per costruire insieme il Forum Nuova Finanza Pubblica e Sociale e continuare a dibattere di queste tematiche insieme a voi.
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